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SanVitis, il Lazio del vino cresce e punta in alto

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È bello scrivere ed essere testimonianza del “comparto vino” , che  in Italia ha numeri da industria ma conserva ancora la parte più bella: il lato umano. È bello tracciare le evoluzioni non solo “dell’elemento vino” all’interno di un calice, ma anche delle piccole/grandi imprese delle persone. Storie: vere e proprie, che hanno tutte in comune una cosa: la passione. E voglio parlare di SanVitis da questo principio, perché il Lazio del vino deve recuperare terreno.

Lo si evince dall’immaginario collettivo (non comprendendo appassionati e operatori) che lega la zona, ancora e soltanto, al vino da fraschetta o alla fiasca. Sono rimasti in pochi a portare i vini laziali nelle degustazioni importanti o internazionali, nominando perlopiù il Cesanese, o giusto qualche singola azienda, che certamente con merito ha brillato di luce propria. Ma di solito è un singolo bagliore, una fiammella troppo flebile nel vasto universo del vino. D’altronde è la costellazione che dà forza alle stelle.

Tornando con i piedi per terra, quindi, è l’identità del Lazio che ha vacillato negli ultimi anni, in compenso viene scelto di promuovere una Doc Roma che ancora non ha una forma chiara ed è mal digerita dai divulgatori più esperti.

Dunque il vino laziale arranca con fatica e la testimonianza più crudele è rappresentata dai pochi vini premiati dalle guide, che vengono pubblicate proprio in questo periodo dell’anno. Non sono una verità assoluta, per carità, ma tastano bene il polso della situazione. I vini laziali ancora non stimolano sufficientemente la scena. E non hanno più neanche peso nelle piazze romane, cosa che invece accadeva nei secoli scorsi.

Massimo Orlandi, socio proprietario di SanVitis, a tal proposito dichiara: «Noi vogliamo dare valore a un territorio poco conosciuto. Abbiamo assistito in questi ultimi anni ad una graduale riscoperta del Lazio e dei suoi vini, un Lazio che non sia solo Castelli Romani, ma che comprenda una tradizione e storicità allargata. L’obiettivo è confermare questa riscoperta all’interno della Regione e allargarla anche fuori. Cantine piccole come la nostra e già prima di noi hanno cominciato a fare un lavoro sui vitigni autoctoni di gran qualità sia da un punto di vista del prodotto sia della comunicazione».

Mentre Sergio Tolomei, anch’esso socio-proprietario di SanVitis, aggiunge: «SanVitis cerca in un certo qual modo di fare squadra con chi  ha già intrapreso questa avventura con la consapevolezza che c’è bisogno di più informazione e conoscenza sul nostro territorio e sul vino, che spesso viene etichettato e reputato come vino di poca qualità. Le cose sono cambiate un po’ da per tutto ed è giusto che ci venga riconosciuta e data la giusta attenzione».

SanVitis è una realtà promettente

Il progetto di SanVitis lo sto seguendo anno dopo anno, assaggi dopo assaggi, e avverto ogni volta dei miglioramenti. C’è tanta strada da fare, se si vuole arrivare ai vertici dell’enologia nazionale. La competizione è spietata, però i vini di SanVitis emergono all’assaggio come vini genuini e territoriali. E questa è la migliore delle partenze. Il progetto si pone anche con una immagine fresca e moderna, che svecchia di netto l’immaginario già nominato dei vini del Lazio.

La giovane azienda sta puntando su un rigoroso lavoro in vigna, sul territorio, sull’appartenenza di Olevano e l’identità del Lazio. E tutto questo è davvero meritevole.

Ad Olevano, SanVitis possiede 7 ettari di vigne –  in cui c’è il Cesanese-, che con il suo solo ettaro raggiunge un’età di 50 anni. La Passerina laziale, che nel 2019 è  stata prodotta per la prima volta, ha oggi una sua nuova etichetta. Il Bellone, varietà laziale che sta ritornando in auge nell’ultimo periodo, con l’annata 2019, sempre in purezza, arriva direttamente dai pochi ettari di Contrada La Torre di Olevano,  mentre nelle annate precedenti proveniva dalle vigne dei Castelli. E poi c’è anche il Flaminio Rosso, un interessante blend a base Cesanese e vitigni internazionali.

SanVitis dettaglio vigneto
SanVitis dettaglio vigneto

Circa 25mila bottiglie prodotte all’anno. L’approccio in vigna viene fatto seguendo i codici nel rispetto dell’ambiente e della natura, quindi in regime biologico, aspettando la certificazione. E questa è la prerogativa dell’enologo, Daniele Proietti, che anche in cantina lavora senza sofisticazioni chimiche, prediligendo, per tutti i vini, fermentazioni spontanee e pochi solfiti aggiunti.

Dal mio blocco note, gli ultimi vini di SanVitis assaggiati: 

Flaminio 2019

Naso che sa immediatamente di Lazio subito dopo lo stappo. Alla cieca, la mente viene catapultata subito verso le dolci colline laziali. Quindi profumi autentici. Si tratta di un blend di uve bianche tipiche del Lazio. Spinge la Malvasia che porta con sé il buon profumo di biancospino. Poi: note di agrumi e di frutta esotica. C’è qualcosa però di più rispetto al classico vino dei Castelli, qualcosa di più metropolitano… Comunque è un vino che scende alla grande. È perfetto anche a pranzo, senza dare “effetti collaterali”. L’abbinamento giusto chiaramente è con le paste “bianche” della tradizione: Carbonara e Gricia. (11 euro)

Cesanese 2017

Si tratta di un Cesanese di Olevano Romano DOC giocato decisamente in chiave “moderna”. Durante la vinificazione svolge macerazione e rimontaggio per un periodo di 10-12 giorni, e la malolattica avviene naturalmente in acciaio. L’affinamento è di 12 mesi in botte da 2000 litri di rovere di Slavonia e altri tre mesi in acciaio. Emerge al naso una interessante ciliegia sottospirito. Il frutto rosso è decisamente ben maturo e la beva risulta comunque fresca e snella. Svecchiato quindi il concetto di Cesanese, non solo con la veste grafica dell’etichetta ma anche con un tannino “felice”, morbido al palato: in perfette condizioni. Una bottiglia che potrà far avvicinare tanti giovani alla nobile denominazione di Olevano Romano. (13 euro)

Bellone 2019

Bellone, Cacchione… Gli antichi Romani la chiamavano “Uva Pane”. Stretto parente del più noto Trebbiano. SanVitis lo porta in bottiglia come da manuale. Il vino è di una precisione svizzera, e si ritrovano tutte le caratteristiche di questa tipologia. Morale della favola: un vino da bere a secchiate. Freschissimo: penso agli aperitivi estivi nel centro di Roma oppure sulle sabbie di Fregene. Perché non proporlo al posto dei soliti banali vini “nordici”? Qui c’è tanta facilità di beva. Un vino decisamente dissetante. (13 euro)

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