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Non mangiate il salmone di allevamento. Ecco i motivi

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Dal semplice trancio cucinato sulla griglia di casa al nigiri dell’all you can eat, parliamo di un ingrediente di cui siamo ghiottissimi: il Salmone. Lo abbiniamo con un dozzinale chardonnay oppure con dei complessi vini d’autore, però quasi sempre non pensiamo alla cosa più importante: la provenienza di questo pesce. Ci facciamo fregare da uno splendido colore, dalle carni tenere e grasse, ma non sappiamo cosa stiamo mangiando. Cosa stiamo mettendo nel nostro corpo?

Il tema torna ciclicamente a galla, per gli esperti gourmet non è novità, ma in questo periodo anche le istituzioni europee stanno focalizzando l’attenzione riguardo l’argomento per via delle liberazione della pescicoltura nel nord d’Europa. Perché il salmone che finisce nel nostro piatto non è tutto uguale. Anzi, iniziamo subito fare delle nette distinzioni tra il “salmone di allevamento” e il “salmone selvaggio”.

Salmone selvaggio vs salmone allevato
Salmone selvaggio Vs Salmone allevato

Quello che mangiamo di più, senza che ce ne accorgiamo, soprattutto nei ristoranti giapponesi più economici, è il salmone di allevamento. Ed ecco le sue caratteristiche base: pieno di tossine, altissimo contenuto di grassi, povero di vitamina D, infiammatorio per il nostro organismo, colorato con coloranti chimici, nutrito con mangiami industriali, altissimo contenuto di antibiotici, allevato con metodi intensivi e, cosa non da poco, dannoso per la salute degli oceani.

Completamente diverse invece le qualità del salmone selvaggio: ridotto contenuto di grassi, ricco di omega 3, combatte l’infiammazione, colore rosso naturale, la sua pesca è sostenibile ed è ricco di vitamina D.

Dove vivono i salmoni di allevamento? Ce lo ricorda un post sul sito di Slow Food, dal titolo eloquente “10 buoni motivi per cui non mangiamo salmone”, ecco il punto uno: “Negli allevamenti intensivi i reflui non vengono mai lavati via e si lasciano semplicemente cadere attraverso le reti. Pensateci, è come se non cambiaste mai la sabbietta al vostro gattino… Il risultato sono migliaia di tonnellate di escrementi e rifiuti che si depositano nel fondale intorno agli allevamenti che non vengono mai rimossi…”.

Il punto due ancora più eloquente: “600 000 salmoni che nuotano in una zuppa di muco ed escrementi alimentano le mutazioni di agenti patogeni che si diffondono dall’Atlantico fino al nostro supermercatino sotto casa”.

Sul colore del salmone poi si potrebbe fare un intero articolo a parte. Perché il salmone di allevamento è grigio. Chi mai comprerebbe il salmone non rosa? Quindi ecco che nei mangimi vengono integrati i coloranti,  i pesci allevati non possono magiare il krill e gamberi che donerebbero naturalmente il caratteristico color rosso salmone.

Mangimi animali o di soia ogm direttamente importata dal Brasile al prezzo di conclamate devastazioni ambientali, ormoni, antibiotici, additivi chimici – scrive Francesco Cancellato, giornalista per LinkiestaLa loro carne è grigia, fino a pochi giorni dalla macellazione, quando viene colorata artificialmente: con integratori a base di carotene, nel migliore dei casi. Oppure con additivi chimici che fanno aumentare i costi di allevamento del 20%, ma garantiscono un generoso ritorno economico ai produttori”.

Il giornalista italiano è andato qualche giorno fa fino in Islanda per partecipare al lancio stampa del documentario Artifishal, grazie all’aiuto di Patagonia, azienda americana produttrice di abbigliamento tecnico. Lì ha raccolto la testimonianza di Mikael Frödin, attivista e pescatore: “Non volevo credere ai miei occhi. Mi aspettavo tanti pesci, ma non così tanti. Saranno stati 80, 90mila in una pozza di 80 metri di profondità, circa. Giravano in tondo: alcuni erano ciechi, altri devastati dal pidocchio di mare che gli stacca la pelle a brani, lasciando la carne viva a contatto con l’acqua circostante, intorbidita dagli escrementi e dai residui di cibo. Tutti o quasi avevano la coda mozzata, rosicchiata dagli altri salmoni che nuotavano in quel carnaio“.

La foto simbolo di un salmone d'allevamento
La foto simbolo di un salmone d’allevamento scattata da Mikael Frödin

“Nessuna madre vorrebbe dare questa roba da mangiare ai propri figli”

Ogni singola vasca può contenere sino a 200mila salmoni spiega  Fridleifur Gudmundsson, attivista e portavoce della  North Atlantic Salmon Fund -, ma 50mila tra loro, muoiono prima di essere macellati, a causa delle malattie, di pidocchi di mare e dell’inquinamento dell’acqua. Non c’è altro allevamento animale che ha analoghi tassi di mortalità. Non solo: i rifiuti prodotti da tre sole gabbie sono pari all’equivalente di liquami prodotti da 120.000 persone. Quelle quattro gabbie circolari, piccole, silenziose e apparentemente insignificanti, producono gli stessi liquami dell’intera città di Reykjavík, la capitale dell’Islanda.

Il problema è che lo fanno in una rete, nel bel mezzo di un fiordo, in pieno oceano: “Nei fiordi in cui ci sono gli allevamenti di salmoni stanno scomparendo gamberi e krill che nutrono i salmoni selvaggi e altri pesci, che a loro volta nutrono pesci più grandi, sino ad arrivare ai predatori in cima alla catena alimentare come le orche. Quegli allevamenti sono una minaccia per tutto l’ecosistema dei fiordi”, spiega Frid.

Bisognerebbe aggiungere che il salmone allevato sta minacciando seriamente la vita del salmone selvatico. Che solo qualche buco nelle fish farm può consentire la nascita di salmoni ibridi, di tutte le soluzioni tecniche per il risolvere la questione dell’allevamento… ecc… ecc..

Ma chiudiamo solo con un’ultima cosa, giusto per avere un’idea ancora più completa e per non venire truffati quando facciamo la spesa.

Quanto costa il vero salmone selvaggio?

Sui 50 euro al Kg, in su.

[Fonte: Linkiesta, Slow Food | Fotografia: Mikael Frödin, Patagonia]

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