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Pàtrimo, lo strano caso del merlot in Irpinia

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Se si parla dell’Irpinia oggi vengono in mente vini prodotti prevalentemente con vitigni autoctoni. Eppure, anche se in maniera marginale, i vitigni internazionali hanno avuto un proprio ruolo. È il caso, strano o forse sarebbe meglio dire “particolare”, del Merlot di Feudi di San Gregorio, Pàtrimo. Un grande vino, fatto per essere un’eccellenza, eppure poco comunicato, soprattutto all’interno dei confini nazionali. L’azienda sembra quasi aver avuto un approccio timido nel presentarlo in passato ai giornalisti, alla stampa specializzata, quindi al grande pubblico. Si tratta di un Merlot coltivato in quote piuttosto alte, a circa 500 metri sopra il livello del mare. Uve che nascono e crescono in aree fredde. Sono quindi vini di “montagna” ma del Sud d’Italia. A raccontare Pàtrimo,  che in dialetto significa “a mio padre”, c’erano Luciano Pignataro, giornalista enograstronomico e Antonio Capaldo, patron di Feudi.

Quando si può parlare di questo vino è sempre un piacere – dice Capaldo -. È un Merlot che viene da una vigna inizialmente di 2 ettari che si trova a 500 metri di altitudine e che dal 2013 ha avuto un grande cambiamento con l’aggiunta di un ettaro. Un vigneto che già nel 1998 aveva 50 anni, quando ancora il Merlot non era autorizzato dai disciplinari e per questo motivo attirava parecchie polemiche. Nel 1999 si iniziò a vinificarlo con un passaggio di 18/19 mesi di barrique”. E così più o meno è rimasto negli anni nonostante ci sia stato un passaggio di testimone con l’addio di Cotarella. E questo nella degustazione delle 6 annate è stato un cambio stilistico molto evidente. In degustazione c’erano le bottiglie 2005, 2006, 2013, 2014, 2015 e 2016 (l’ultima in anteprima). Come ho appena scritto, le prime due portano la firma di uno degli enologi italiani più noti, Riccardo Cotarella. E durante l’assaggio dei suoi vini si riscontra subito un tipico approccio “vecchia maniera”, ovvero l’intento e lo sforzo tecnico di creare un grande vino in stile italiano. Pàtrimo è certamente una bottiglia che voleva posizionarsi immediatamente agli alti livelli, apprezzata tantissimo dal mercato internazionale, soprattutto da quello Usa. Dal 2007 diventa capo agronomo Pierpaolo Sirch, questa è una rivoluzione, i vini diventano molto più facili alla beva, freschi ed agili.

Il problema dei grandi enologi è che tendono a dare troppa priorità alla cantina. Quindi si tende a chiudere prima la vendemmia. Ma con una materia prima perfetta poi bisogna fare pochi interventi”, dice Antonio Capaldo, dal 2009 alla guida di Feudi. Da quando assunse il controllo la sua decisione fu quella di puntare soprattutto sui vitigni autoctoni, come l’Aglianico, eppure questo Merlot negli anni ha mantenuto una identità forte. Lo stesso prezzo allo scaffale è rimasto pressoché invariato. Si tratta di un vino dall’animo nordico, eppure viene dall’Irpinia, e questo non è banale. Proprio per queste caratteristiche, di un terroir unico e autentico, è stato trattato dall’azienda con molta cura e dedizione. Per fare un esempio, solo lo scorso anno, nel vigneto del Pàtrimo si sono verificate 5 gelate. Questo dimostra come un’azienda dall’impronta commerciale in realtà sia molto dinamica e determinata a voler valorizzare i propri Cru, mantenendo così una “doppia anima”.

Terreni argillosi e vulcanici. La vigna era stata piantata dai viticoltori veneti che erano emigrati in Campania negli anni ’30. Questi contadini hanno lasciato il segno del loro passaggio piantando qualche vitigno internazionale, anche dove si registra tutt’oggi una prevalenza di viti autoctone. Il vigneto di Pàtrimo rappresenta un po’ un unicum proprio perché è interamente declinato in Merlot. Prima dell’acquisizione da parte di Feudi si pensava che la vigna fosse di Aglianco. Un malinteso, indubbiamente. Ma si può definire, oggi, autoctono un vigneto di Merlot che ha più di 90 anni? Diciamo che si è guadagnato la cittadinanza in modo più che meritato.

Feudi di San Gregorio – Pàtrimo Campania Rosso IGT 2005

Annata caldissima, che subito si riscontra fortemente nel calice. Il vino ha una buona tenuta. Pignataro riscontra una “nota amara” che considera un marker territoriale. Una caratteristica che secondo lui hanno tutti quei vini che nascono da terreni che hanno ricevuto materiali eruttati dal Vesuvio. Frutta materica, al naso e alla beva. Un vino che ha fatto macerazioni spinte. Doveva essere un “vinone” e lo è. Prevale più l’ingresso in bocca che il finale.

Feudi di San Gregorio – Pàtrimo Campania Rosso IGT 2006

Molto diversa rispetto alla bottiglia precedente. Un vino improntato di più su un’eleganza sottile e fresca. Ha comunque una sua carica balsamica, piacevolissima al naso. Si sente la resina, il sottobosco. Un grande vino che ha pienamente raggiunto la sua maturazione e ora sembra avviarsi al sereno tramonto. Consiglio a chi avesse questa bottiglia di non attendere quindi troppo lo stappo. Una nota verde che ancora si avverte è dovuta a una vendemmia leggermente anticipata.

Feudi di San Gregorio – Pàtrimo Campania Rosso IGT 2013

Qui il cambio di stile si sente nella maniera più assoluta. In generale sembra tutto molto più sotto controllo. Il frutto è agile e si fa più soffice. Un vino che ha una sua complessa armonia. Un vino più pulito dai sentori più netti. Il naso si fa più fine così come il sorso. Da “vino masticabile” a “vino più bevibile”. Il gusto dei bevitori negli anni è cambiato e così anche lo stile dei vini. Il nervo però sembra rimanere invariato.

Feudi di San Gregorio – Pàtrimo Campania Rosso IGT 2014

È giusto che i vini autentici, soprattutto quelli che vogliono esprimere un territorio, subiscano tutte le caratteristiche dell’annata. La sincerità è un valore universale, sempre meno di moda, ma che nel vino è necessaria. Fa parte della reputazione dell’azienda o del vignaiolo. Senza dilungarmi troppo, la 2014 è stata un’annata pessima. E certamente questa bottiglia non brilla in una verticale come questa, di alto profilo. Ma comunque se è vero il detto “il buon marinaio si vede nel mare in tempesta” si può dire che il Pàtrimo 2014 è tutto sommato un buon risultato.

Feudi di San Gregorio – Pàtrimo Campania Rosso IGT 2015

Si ritorna a un vino di grande equilibrio. Il bel tannino fa pensare che questa bottiglia avrà lunga vita, con una interessante evoluzione. È un vino largo in bocca, ma dalla beva piuttosto fresca. Le note fruttate sono chiare, precise e ben calibrate. C’è una grande coerenza naso/bocca. Emana luce rossa, foga. È una bottiglia che mostra senza problemi le caratteristiche di una annata ottima ma calda.

Feudi di San Gregorio – Pàtrimo Campania Rosso IGT 2016

È una bottiglia non ancora in commercio e ci troviamo di fronte a una bellissima anteprima. Secondo me si tratta del vino migliore della verticale. Sembra già pronto eppure entrerà nelle enoteche e nei ristoranti solo a settembre di questo anno. È indubbiamente un ottimo vino che ha grandissime potenzialità. Già si riconoscono quelle caratteristiche che mettono tutti d’accordo, piacerà sicuramente alla critica, in maniera universale, a quella italiana e a quella straniera.

Questo seminario è stato un evento collaterale di Beviamoci Sud, una manifestazione dedicata interamente ai grandi vini rossi meridionali (già segnalata nel nostro Wine Calendar), che si è svolta l’1 e il 2 di Febbraio al Radisson Blu Hotel di Roma e che ha registrato un buon successo di publico.
In conclusione Andrea Petrini, tra i promotori dell’evento, ha dichiarato: “Questo seminario è stata la ciliegina sulla torta, avere qui Antonio Capaldo è stato un privilegio, e lo stesso vale per essere riusciti ad avere in degustazione queste bottiglie, perché alcune delle quali sono praticamente introvabili”. Nei ringraziamenti finali Petrini ha annunciato anche un altro evento, che seguirà il format di Beviamoci Sud ma sarà dedicato ai vini bianchi. Si svolgerà tra maggio e giugno di quest’anno. Ovviamente comunicheremo le novità su RadioBottiglia.
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