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Montefalco vs Resto del Mondo vini del sole Boco

Montefalco vs Resto del Mondo, “I vini del Sole”

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E tra le batterie di vini bianchi di Montafalco e quelle di Sagrantino – batterie sempre hard rock per le sensazioni forti espresse (acidità dei primi e  i tannini dei secondi), c’è scappata pure una degustazione condotta da Antonio Boco. Quella che noi giovani blogger chiamiamo “masterclass” in barba ai vecchi tromboni, ah ah, aveva un titolo molto interessante: Montefalco, i vini del sole.

Ma soprattutto, erano i vini a essere interessanti:

  • Cantina Ninni – Spoleto Doc – Poggio del Vescovo 2019
  • Domaine Gauby – Calcinaires 2019

  • Tenuta Bellafonte – Montefalco Rosso Doc – Pomontino 2018
  • Cahors – Clos De Gamot 2018

  • Romanelli – Montefalco Sagrantino Docg – 2008
  • Lopez De Heredia – Viña Tondonia Reserva 2008

Prima che mi arrivi il messaggino, il titolo di questo articolo è stato preso da un post di Monica Coluccia e, dato che è una collaboratrice di questo sciagurato blog, ho pensato di avere il diritto di fregarglielo.

Perché era a tutti gli effetti un confronto tra i vini del territorio di Montefalco con altrettanti vini provenienti da altre zone, fuori dall’Italia. “Scontri” o faccia a faccia, curiosi. E penso da “addetto ai lavori” che questi confronti servano tantissimo, e mi auguro che il Consorzio continui su questa strada, proponendone di nuovi e di più, nella prossima edizione di Anteprima Sagrantino.

Non per esprimere un concetto secondo cui il territorio di Montefalco non risulterebbe secondo a nessuno. Jamais!, sarebbe troppo. Ma solo per dire che in questa zona nascono vini che hanno, in ordine sparso: identità, qualità, diritto a esistere e soprattutto diritto di stare su un palcoscenico internazionale.

Aggiungo, per poi passare ai vini in batteria, che bisogna fare un plauso ad Antonio Boco per il lavoro egregio che sta facendo per la causa dei vini di Montefalco. Il Consorzio, con la presidenza di Filippo Antonelli, ha imboccato un’ottima via negli ultimi anni, con una comunicazione attenta anche molto all’online, e questo slancio porterà i suoi frutti. Anzi li sta già dando.

Montefalco ha una storia antica «ma recente nel corso contemporaneo». «È un  libro che ha scritto le prime pagine», quindi una storia giovane se letta in chiave moderna. Sicuramente deve recuperare terreno e il futuro è davvero interessante. Il seminario di Boco è stato un gioco didattico, molto divertente, nel collocare dei vini – a coppie – in cassetti interpretativi, trovando dei punti di contatto anche quando sembrava non ce ne fossero affatto.

Dice Boco: «Non c’è un’unica via per il grande vino. Prima la fisionomia era sempre unica: tanta barrique e tanta estrazione. Poi si è andati dalla parte opposta.  Un cambiamento di modelli dall’addizione alla sottrazione». Oggi sappiamo che non c’è più «un unico modello di vino».

Quindi è stato un momento per ricollocare i vini di Montefalco nell’ampio panorama del mondo del vino e per esplorare i territori dove questi nascono, ovvero contesti che mantengono sempre una forte matrice mediterranea. Ecco dunque l’idea dei “Vini del Sole”.

La degustazione però è iniziata con un vino umbro dei più nordici. Poggio del Vescovo 2019 di Cantina Ninni, un 100% Trebbiano Spoletino, che ha infatti un profilo molto verticale. Ne avevo già parlato – consigliandolo, tra l’altro – in questo articolo interamente dedicato agli assaggi dei vini bianchi presenti all’Anteprima Sagrantino 2017. Bisogna proprio dirlo, questo Spoletino è ancora in fase iniziale, un pupetto, e si può definire tranquillamente una lama per quanto è sottile. Però sotto la sua acidità si trova facilmente la polpa di frutta bianca accompagnata da sentori di frutta tropicale. È stato messo a confronto con un vino che è un fuoriclasse assoluto: il Calcinaires 2019 di Domaine Gauby, una etichetta, non a caso, ampiamente premiata dalla critica internazionale.

Si tratta di un vino che nasce in una zona caratterizzata da terreni di scisto grigio e argillo-calcarei ed è frutto di un uvaggio composto da Muscat 50%-Chardonnay 30%-Maccabeu 20%. Anche in questo caso, proprio come il Poggio del Vescovo 2019, meriterebbe un invecchiamento ulteriore in bottiglia. Allo “start”, nel calice, in apparenza sembrano uguali, nel colore. Forse Poggio del Vescovo è leggermente più scarico, ma è una sottigliezza. Però appena si scaldano un attimo ecco che Calcinaires sembra avere proprio un altro passo… mostrando un ampissimo spettro di sensazioni alle quali, in tutta onestà, Poggio del Vescovo (per il momento) non sembra avvicinarsi. Cantina Ninni però rimane una bella realtà, sta facendo proprio un ottimo lavoro e, penso sia un buon augurio augurargli di arrivare presto al livello dei vini di Domaine Gauby.

Una sfida molto più alla pari mi è sembrata essere quella tra il Pomontino 2018 e Clos De Gamot 2018. Sono senz’altro due vini che non hanno niente di simile da un punto di vista organolettico, ma Boco li ha scelti perché hanno una cosa comune: entrambi sono “giocati in sottrazione”. Questo cosa vuol dire? Che i produttori di queste due etichette, che molto probabilmente non si conoscono e magari neanche sanno della loro reciproca esistenza, durante la vinificazione hanno cercato di snellire i propri vini. Da una parte c’è il Montefalco Rosso di Tenuta Bellafonte, un vino di grande eleganza – 80% Sangiovese e 20% Sagrantino. Proprio per questa presenza marcata, del vitigno simbolo di Montefalco, e allo stesso tempo per la sua prontezza di beva, ha del miracoloso. “Vinificazione ad acino intero e a fermentazione spontanea di uve provenienti da vigneti di circa 15 anni di età. Successivamente rimane a maturare per circa un anno in botti grandi di rovere di Slavonia prima di un’ulteriore sosta di circa 6 mesi in bottiglia. Non filtrato”. Dall’altra un vino fatto in una delle zone meno nobili della Francia, che si colloca non lontana da Bordeaux, su una sponda del fiume Lot, ma comunque in grado di dare vini preziosi. Clos De Gamot Cahors è un 100% Malbec, proveniente da vigne vecchie, se non vecchissime: le più giovani hanno 40 anni, quelle “anziane” addirittura 120 anni. Il tipo di vinificazione è abbastanza particolare: “le parcelle sono vinificate separatamente in piccoli tini e si effettua una estrazione tramite rimontaggi dolci, così da donare una struttura armoniosa e un grande potenziale di invecchiamento ai vari assemblaggi; diraspamento completo; 1 anno in acciaio e 1 in foudre e demi-muid”. Il Pomontino ha una bella stoffa al palato, mentre Clos De Gamot sorprende per il suo colore e sapore di prugna, ma anche per il singolare alone violaceo che lascia sotto gli archetti nel calice.

E arriviamo all’ultima coppia. Qui forse si è osato un po’ troppo proponendo un Sagrantino che non era in forma. Il colore mattonato scuro con riflessi marroni già preannunciava che qualcosa non andava. Anche Antonio Boco ha ammesso sul palco che Romanelli non gliela voleva proprio dare questa bottiglia (“Tra tutte proprio questa?!”). «Meno naso, più bocca». Sì, ma anche no. Un peccato perché un qualsiasi altro Sagrantino 2008 avrebbe dato del filo da torcere a un campione di invecchiamento come il Viña Tondonia Reserva di Lopez Heredia (per la cronaca è un vino in commercio da poco). D’altronde l’annata 2008 per il Sagrantino è stata eccezionale, a cinque stelle. Comunque se da una parte è stato un peccato per Romanelli, un’azienda che all’epoca era molto molto giovane – poi negli anni successivi ha sfornato ottimi vini! -, dall’altra si è trattato di un vino clamorosamente eccezionale. Davvero il Viña Tondonia Reserva 2008 è un grande vino, non ci sono dubbi. 75% Tempranillo, 15% Grenache, 10% Graciano e Mazuelo. Età media delle viti 45  anni, 72 mesi – quindi 6 anni – di barrique,  diraspamento totale, utilizzo dei lieviti indigeni e non viene filtrato. È un vino maturo ma che conserva ancora un carattere giovane. C’è dentro tutto quello che si vuole trovare in un vino da invecchiamento, ma al palato è fresco, slanciato, vivo. Speziato e con una bella sapidità. Se questo vino fosse una celebrità sarebbe George Clooney. I vini di Lopez De Heredia sono sempre una esperienza memorabile, anche per quanto riguarda i bianchi. Si tratta di un’azienda che sta preservando la storia della Rioja, ed è una di quelle poche  – al mondo – che ancora costruisce e restaura le proprie barrique… così, per dire…

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