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La democratizzazione dell’informazione del vino

in Manifesto Di

Su internet si può scrivere di tutto e tutti possono scrivere. Da una parte è un bene dall’altra un male. Lo stiamo capendo in questi ultimi anni, il mondo dell’informazione viaggia veloce e spesso in maniera malsana.

Sappiamo in pochi minuti se sta avvenendo un terremoto in Giappone stando comodamente seduti sul divano di casa,  in un appartamentino a Milano, leggendo la notizia in uno stato di ozio. Ma d’altro canto possiamo leggere una clamorosa fake news su un fantomatico IMPS, attenzione alla lettera “M”, che sarebbe già pronto a ricevere le prime richieste per il reddito di cittadinanza. 500mila richieste nel giro di poche ore.

Cosa c’entra col vino?

C’entra, perché anche se continua a essere un argomento piuttosto di nicchia, il vino è vittima molto spesso di disinformazione. Sempre più persone si sentono in dovere di condividere, commentare, scrivere di vino pur non sapendone niente. Pur non avendo mai approcciato l’argomento da un punto di vista professionale. Terreno florido di questi personaggi sono i gruppi su Facebook.

Mondi apparentemente chiusi dove prosperano questi fenomeni da tastiera. Così, quando fai notare le cavolate che sparano, iniziano quelli che in tempi più remoti ma già digitali – ovvero l’epoca dei forum –  si chiamavano i “flame”. Mi sono promesso di starne alla larga il più possibile da questi luoghi tristi dove vince chi spinge per primo il tasto invio, ma si sa, Facebook fa parte del nostro quotidiano. E così quando provi a spiegare che una bottiglia di Le Pergole Torte 2006 non potrà mai costare 100 euro ma almeno il doppio, con dovizia di motivazioni, ecco che inizia la bagarre. Ma questo è solo uno degli aspetti negativi dell’informazione di oggi, e forse – lo spero – esclusivamente legati al mondo social.

Proprio un giorno fa mi sono imbattuto in una bellissima intervista fatta a uno storico giornalista del mondo del vino, Cesare Pillon, forse l’ultimo vero reporter del settore ancora tra noi  (al pari di Gino Veronelli e Mario Saldati), nella quale racconta le sue inquietudini sulla comunicazione 2.0.

Nell’intervista, fatta da SGA wine designPillon dichiara: “Sono molto preoccupato perché ci sono dei sintomi di un atteggiamento che non è più sano, che non è più giusto, che non è più tollerabile. Per carità, c’è stata una democratizzazione, se vogliamo, del mondo del vino. Internet permette ormai anche alle piccole aziende di comunicare direttamente con i giornalisti; in genere lo fanno attraverso le compagnie di pubbliche relazioni, che si sono moltiplicate a dismisura. Una volta i comunicati stampa si facevano per eventi veramente importanti; si spedivano per telescrivente oppure si mandavano per posta al giornalista specializzato imponendo un embargo perché non fosse danneggiato chi lo riceveva per ultimo. Era una cosa complicata, lunga, costosa. Internet ha facilitato tutto, e infatti mi arriva di tutto, compresi comunicati che chiedono la pubblicazione di notizie insignificanti in modo discutibile, se non offensivo. Trovo questo decadimento molto brutto”.

E ancora, riguardo al  “linguaggio della critica enogastronomica”:

Il fatto che possano intervenire tutti ne ha sicuramente abbassato il livello. Siamo lontani da quando se ne occupavano Gino Veronelli, un uomo di una cultura sterminata, o Mario Soldati, personaggi che hanno scritto pagine letterarie molto importanti sul vino. In questo momento, certo, è tutto molto banalizzato. Però penso si tratti di un fenomeno transitorio. Qualunque forma di democratizzazione comincia con un abbassamento del livello generale però poi riparte verso l’alto”.

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