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Ritorno in Borgogna, il vino di nuovo protagonista al Cinema

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Finalmente il vino entra di nuovo nelle sale cinematografiche con “Ritorno in Borgogna”, titolo originale “Ce Qui Nous Lie“.

La trama del film di Cédric Klapisch è piuttosto semplice, a dire la verità è vista e rivista: una famiglia che si disgrega, il lutto della madre, il figlio che si allontana e gira il mondo, ma che alla fine torna e si riunisce ai suoi due fratelli solo quando anche il padre sta per morire. Tutti e tre devono decidere cosa fare della terra che hanno ereditato… Questo naturalmente è solo l’incipit, lo scheletro della sinossi. In realtà c’è molto di più, e altrettanti colpi di scena. Ma la bravura del del regista e degli attori, in questo film (113′), sta nel consegnare una fotografia veritiera della Borgogna, dei terroir, e soprattutto di cosa vuol dire fare il vino e lavorare la vigna. Il tutto senza annoiare lo spettatore, né tradire l’appassionato enoico. Addirittura si può pure azzardare a dire che ha una funzione pedagogica: ad esempio spiega l’agricoltura organica e biodinamica, le differenze tra vino naturale e vino tradizionale. E non è un’impresa facile.

Però se “Un’ottima annata” toccava l’argomento vino solo di striscio, e “Sideways” trattava l’argomento troppo all’americana, qui invece lo si tratta un pochino troppo alla francese. Un piccolo neo e riguarda solo l’aspetto estetico. Ma d’altronde qui è tutto Made in France: regista, cast artistico, cast tecnico. E naturalmente i luoghi. Ma soprattutto il vino.

C’è una frase che vale il film: “Alle degustazione non sputiamo mai il vino, chi sputa il vino non ha le palle“. È una frase che ha dentro tanto, specialmente se contestualizzata nel film. Ti viene proprio voglia di aprirla una bella bottiglia di pinot nero della Borgogna guardando le splendide immagini di Meursault, le sue colline e i suoi vigneti che affrontano il cambio di stagione. A ogni stagione corrisponde uno specifico lavoro in vigna. Poi arriva la fase catartica della vendemmia. La fase più dura dove si raccolgono letteralmente i frutti di un anno di fatica e sudore. Faticando e sudando ancora di più. Ma ci sono anche i momenti conviviali e quelli di allegria. Sembra quasi un documentario. Vendemmia, diraspatura, spremitura. Tutte fasi che Cédric Klapisch riprende bene. Non tralascia nulla. Il regista (“L’Appartamento Spagnolo”, tra i suoi lavori), stupisce per quanto sappia raccontare bene i processi di vinificazione, come nessun altro suo collega aveva mai fatto prima.

Vino e affari di famiglia si intrecciano, non a caso, anzi sono storie ancestrali, che affondano le radici nella notte dei tempi. “Conosco il vino attraverso mio padre, che praticamente non beveva altro che vino della Borgogna.  Quando iniziai a bere mi fece assaggiare il suo vino. Grazie a lui ho imparato ad apprezzarlo. Fino a qualche tempo fa mi portava alle degustazioni nei vigneti della Borgogna. Era una sorta di rituale. A 23 anni lavoravo come cameriere a New York in un ristorante francese ed ero l’unico che sapeva consigliare il vino. In quel momento ho capito che il vino aveva una propria cultura. In letteratura è necessario leggere molto per distinguere un autore dall’altro. Con il vino, uno deve bere molto per capire le differenze tra le varie regioni e i  loro diversi sapori”. Parole sacre.

La pensa così anche Pio Marmai, che nel film interpreta il protagonista, Jean. “Abbiamo stappato tonnellate e tonnellate di bottiglie! Abbiamo bevuto come satinasti! – scherza – È semplice. Ci sono i libri, c’è la letteratura, ma alla fine conta l’esperienza. La degustazioni è soprattutto un processo di lavorazione. Ma ancora meglio è bere il vino, prendere il tempo di scoprire cosa si sta bevendo, e incontrare le persone che fanno il vino”. E aggiunge: “Abbiamo incontrato molti viticoltori con personalità uniche (le riprese in Borgogna sono durate un anno, nda), appassionati e con grandi idee sul vino. Ti prepari prendendo un po’ da uno e un po’ dall’altro e, con tutto il rispetto per la sceneggiatura di Cédric, costruisci qualcosa di unico da solo”.

Ritorno in Borgogna è uno di quei pochi film che cerca di approfondire davvero il legame tra l’uomo e la terra. Un legame che nel mondo moderno sopravvive con valore praticamente solo dove c’è una vigna. Ma racconta anche il rapporto generazionale tra padri e figli, soffermandosi soprattutto sul passaggio del carico di responsabilità. “Sono cosciente del fatto che sia stato mio padre a trasmettermi la cultura del vino e questo interesse per la Borgogna. Per questo ho sempre associato il vino all’idea di trasmissione. Ho intuito che il motivo che mi avrebbe spinto a fare un film sul vino sarebbe stata la voglia di parlare della famiglia. Quello che ereditiamo dai nostri genitori, quello che trasmettiamo ai nostri figli”, spiega Klapisch. E aggiunge: “La scelta della Borgogna mi è sembrata ovvia, anche se nel frattempo avevo scoperto altri territori, come Bordeaux. In Borgogna, le aziende sono in generale più famigliari. Nel Bordelais, le superfici sono molto più grandi e nella maggioranza dei casi i terreni sono industrializzati al punto di essere gestiti da grandi gruppi finanziari. Quindi le scelte del film sarebbero state completamente differenti”.

C’è anche un altro discorso che il regista vuole sottolineare, quello della natura. “Ho deciso di filmare qualcosa non avevo mai filmato prima. Questo bisogno di natura è stato più forte in me. Penso sia accompagnato da un cambio sociologico. La relazione tra cittadini e agricoltura e il cibo sta cambiando. Non è solo una moda passeggera, ma un modo per assottigliare la linea che divide il mondo urbano da quello rurale”. Distribuito da Officine Ubu, sarà nelle sale italiane dal 19 Ottobre.

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Giornalista, Blogger e Copywriter. Appassionato di scrittura e innamorato del vino. Dal 2009 al servizio dei media e della comunicazione. Ha una gattina che si chiama Malvasia. Social: @inthecantine // Email: info@radiobottiglia.com

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