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Revì

Le bollicine di Revì a difesa del Trentodoc

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Potrei iniziare raccontando di un messaggio di un amico in una pigra mattinata di sabato, di un invito last minute e di una degustazione privata al Sogno Autarchico, oppure aprire l’articolo con una riflessione veloce. Scelgo la seconda via.

Negli ultimi anni abbiamo capito che noi italiani sappiamo fare le bollicine alla grande e in qualsiasi modo: charmat, metodo classico e, perché no, anche con il metodo ancestrale. Mettendo da parte un attimo il prosecco e la nuova moda del metodo ancestrale, mi soffermo sul metodo classico.

E in questi ultimi anni è esplosa la Franciacorta. I lombardi sono stati fenomenali nel fare squadra e spingere tantissimo sulla comunicazione. Poi abbiamo capito che il metodo classico si può fare alla grande un po’ ovunque in Italia, un esempio può essere l’Umbria. Per dirne uno al volo, mai provato il Dosaggio Zero di Decugnano dei Barbi?

Ma in questa ondata di nuove bollicine ci siamo dimenticati di una zona dove, all’interno degli italici confini, tutto è iniziato: il Trentino.

Eggià, come dimenticarsi del Trentodoc? Forse un errore di comunicazione del consorzio negli ultimi dieci-venti anni, oppure è semplicemente vittima del grande bum della Franciacorta? Nonostante ciò, quasi in silenzio, le bollicine Trentodoc hanno mantenuto standard qualitativi sempre elevati. Mi ricordo un passaggio di Vino al Vino di Mario Soldati che definiva le bollicine trentine come “gli Champagne italiani”. Ed è ancora così.

Ora alla degustazione al Sogno Autarchico, insieme al mio amico Gianni, ho provato dei vini stupendi che vi consiglio: quelli dell’azienda trentina Revì. La prima cosa che vi dico è che i prezzi sono ridicoli per la grande qualità espressa. Sono un grande fan delle bollicine francesi, chi legge questo blog sa quanto mi spenda per esse, ma – cavolo! – anche noi italiani sappiamo come dare emozioni attraverso la rifermentazione in bottiglia. Da compratore abituale di champagne qui in Italia a volte rosico un po’ su tutti quei costi che finiscono nel prezzo finale, spendendo la metà -sappiate- che le bollicine italiane resteranno sempre dei validissimi competitor.

Revì propone 5 etichette: Brut (75% Chardonnay; 25% Pinot Nero), Dosaggio Zero (75% Chardonnay; 25% PN), Rosè (80% Pinot Nero; 20% Chardonnay), Paladino (100% Chardonnay)  e Cavaliere Nero (100% Pinot Nero).

Durante la degustazione sono rimasto particolarmente colpito dal Dosaggio Zero e dal Rosé. Per quanto riguarda il primo caso, mi hanno spiegato che l’azienda è stata tra le prime – se non la prima – a puntare nella zona del Trentodoc sul dosaggio zero. Quindi c’è tutto un discorso di identità, di voler trasmettere attraverso la bottiglia l’essenza e la sofisticatezza di queste uve.

Invece di fronte a un Rosé così eccellente ho fatto un’altra brevissima riflessione. È strano come in Italia le bollicine in rosa non siano mai andate davvero di moda. Penso che per molti anni il nostro mercato abbia subìto l’ondata dei Rosé stranieri stra-commerciali, costosi ma poco espressivi, insomma insignificanti. Un danno, perché i Rosé, e i rosati secchi, invece hanno o almeno avrebbero di diritto tutto un loro spazio. In questo caso il Rosé di Revì può essere fantastico sia alla mescita, quindi al calice durante un normale aperitivo, ma anche servito per una romantica cena.

Revì Trentodoc

Due discorsi a parte meriterebbero i “top” di gamma, i campioni di Revì. Paladino e Cavaliere nero. Il primo Chardonnay in purezza, fatto con sole uve biologiche, è una bottiglia che già si presenta in una veste particolare: avvolta in un elegante sacchetto di tessuto, con una foglia secca di granturco al posto della solita capsula, legata con un rametto di salce, che di solito serve in vigna per legare le viti. Si tratta di un Blanc de Blancs Riserva dei più nobili. Una bollicina da meditazione, che necessita del suo tempo per essere gustata fino in fondo. Un gran bel regalo per un appassionato di vini.

E un’altra meravigliosa bevuta è senza ombra di dubbio Cavaliere Nero, un Rosé Riserva, prodotto da uve che provengono dai vigneti situati sopra ai 500 metri sul livello del mare. Le uve cresciute sui terreni calcareo-argillosi e attraversate dalle fredde correnti d’aria montana rimangono sei anni sui lieviti. Il prodotto finale è un vino dalla beva persistente e con una struttura ricca. Sapido quanto basta, con una bella vena minerale e di una perfetta acidità. Una volta provato non sottovaluterete più il rosa.

[Photo credit: revispumanti.com]

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Giornalista, Blogger e Copywriter. Appassionato di scrittura e innamorato del vino. Dal 2009 al servizio dei media e della comunicazione. Ha una gattina che si chiama Malvasia. Social: @inthecantine // Email: info@radiobottiglia.com

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