Un Blog avvinato

Padri e Figli

in La Domenica Autarchica Di

Nel mondo del vino e come in tutte le forme d’arte difficilmente un figlio supera il padre, chissà per quale misterioso caso della vita, un figlio paga sempre i successi del padre subendone e pagandone pegno. Mi soffermo sul ruolo del padre un attimo: Ci sono dei padri modello, di quelli che farebbero di tutto per far ridere i propri figli e di quanto le loro gesta siano encomiabili, storie degne di scatenare il meccanismo imitativo e persone da prendere da esempio.

Poi ci sono gli altri, e sono ben di più: quelli normali, che ogni tanto fanno qualche cazzata. Chi è cresciuto negli anni 70-80, ricorderà bene che il mestiere del padre a quei tempi era ben meno politicamente corretto di adesso, che i genitori fumavano o bevevano davanti ai figli, che nelle auto la cintura di sicurezza era un optional fastidioso e che la vita si svolgeva all’aria aperta tra lividi e croste sui ginocchi.

Io non ho studiato per fare il padre, sono andato “a orecchio” e speriamo siano cresciuti bene o perlomeno mi sia andata di culo. Ma ritorniamo ai nostri “figli di” vignaioli, non dico ritrovare lo stesso vino del padre nel bicchiere ma almeno, in lontananza, un ricordo di quel meraviglioso nettare.

Pochi hanno mantenuto stile e forse hanno superato il “maestro”, penso, ad esempio, al Trebbiano d’Abruzzo di Valentini, dove entrambi, padre e figlio hanno dimostrato che l’eccezione conferma la regola.

Ho avuto la fortuna di conoscere ed essere amico di Teobaldo Cappellano, molti lo conoscono per il Barolo chinato che nasce dalla macerazione di erbe aromatiche, zucchero e alcol nel Barolo precedentemente invecchiato, è un prodotto che nasce nei retro bottega delle farmacie e degli speziali, sul finire dell’Ottocento inizi del Novecento probabilmente riprendendo una antica consuetudine diffusa nelle Langhe, di impiego del vino speziato come medicinale più o meno efficace per contrastare o sanare alcune lievi malattie, forse uno dei pochi “vini di liquore” insieme al Pineau de charentes che si abbina piacevolmente al cioccolato.

Sul Pineau de charentes la leggenda vuole che un vignaiolo che aveva pigiato del montils ne avesse versato il mosto in una botte pregna di cognac. La fermentazione si era bloccata e il vignaiolo, un tantino seccato, abbandonò botte e contenuto al proprio destino. Era il 1589, anno in cui Enrico IV divenne Re di Francia. Io invece di Teobaldo Cappellano ricordo il suo meraviglioso Nebiolo, rigorosamente con una “b” sola, un vino che era una poesia, “era” perché quel vino non c’è più, né lui né quella straordinaria controetichetta… ops pardon! Vino e controetichetta esistono ancora ma è “questione” di padri e figli.

 

Commenta

Gli ultimi da La Domenica Autarchica

Torna Su
Inline
Inline