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Castelfranco - Le Macchie - Torre

Nella piccola Svizzera laziale, con Le Macchie

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Roma-Rieti, centro-centro, sono poco più di 70 km. Una distanza lunga un’ora circa di macchina durante la quale il paesaggio cambia velocemente. Dall’urbe, eternamente bella e caotica, a una realtà che sembra svizzera. Piano piano, curva dopo curva, si sale, l’orizzonte si allarga e l’aria si fa più fresca. Destinazione: Cantina Le Macchie. 

C’è della bellezza discreta che appaga la vista. Panorami che mostrano vallate circondate da decine di colline su cui si ergono arroccati borghi e paesi. Le zone reatine hanno quel tipo di fascino che non t’aspetti e che ti stupisce all’improvviso. C’è sempre qualcosa di inaspettato. Prendiamo ad esempio Rieti, piccolo bijoux, che contiene tutto: le mura, le fortificazioni, il piccolo fiume (il Velino), i ponticelli, un romantico passaggio a livelli e anche una bello stadio di calcio. E poi le case fuori dal centro, immerse nel verde rigoglioso: abitazioni che hanno uno stile ibrido, un po’ tirolesi, dai tetti spioventi, e un po’ Roma Nord, con i mattoncini rossastri, retaggio di un’architettura anni ’70. Scappare dalla città a volte fa bene, a volte lo richiede proprio il fisico. Respirare l’aria allegra e frizzanti di Rieti è una buona medicina, soprattutto quando si vive quotidianamente nella cappa afosa cittadina. E poi c’è una cosa che mi ha spinto fin qui nel giovedì di solstizio estivo: il vino buono.

Panorami reatini - Rieti

Da Rieti si sale ancora un altro po’, giusto un paio di chilometri e una decina scarsa di curve. Improvvisamente appare Castelfranco, borghetto medievale di una bellezza teatrale, con una torre monumentale diroccata che spicca al centro dei caseggiati grigi. Dietro a tutto questo scenario c’è un’azienda che vale la scampagnata: Cantina Le Macchie, della famiglia Di Carlo.

Questa è un’azienda che sta lavorando molto bene e che sta contribuendo a riportare il vino laziale in alto. Anche qui ci sono delle belle sorprese del tutto inaspettate. First of all l’altitudine in cui si trovano i vitigni,  si superano i 600 metri sopra il livello del mare. E poi i terreni sono belli erti, belli ripidi. Terreni tosti, per i quali servono scarpe toste… (Non a caso uno dei vini di Casa Le Macchie si chiama appunto Scarpe Toste, un traminer aromatico molto interessante).

Una agricoltura che si può definire quasi eroica, non proprio ai livelli delle Cinque Terre o della Valtellina. Altra bella sorpresa, per alcuni (come me) una scoperta: il Cesenese Nero. Da non confondere con il Cesanese (altro vitigno irriducibile laziale), si tratta di una varietà che veniva coltivata già dal 19esimo secolo ed era conosciuta anche come Cesanese di Castelfranco. La grande unicità del Cesenese di Le Macchie è che questo vitigno è stato “riportato in vita” grazie a un clone figlio di una sola pianta di ben 150 anni (Oh, Madre Natura!). E anche solo guardarla o toccarla, questa vite grossa, è davvero emozionante, ti fa pensare di aver di fronte una reduce della storia. In qualche modo una testimone, che ancora dà il suo contributo al presente.

Scarpe Toste Vino Bianco

I vini di Le Macchie si scoprono meglio se abbinati alla cucina. Allora si pranza al ristorante La Foresta, a pochi passi dalle vigne, con atmosfera di casa, dato che il proprietario è  sempre uno, Antonio Di Carlo, e la cucina è capitana dal fratello Andrea (assieme all’amico Christian Fornari). Un posto con una bella cantina di vini – non solo i vini di Le Macchie (ho curiosato con attenzione!) – in una struttura grande capace di ospitare eventi o feste di media grandezza (qui fanno il Giro D’Italia, evento enogastonomico, che mi hanno consigliato in tanti).

Le Macchie il Cerqueto - La Foresta

Si inizia con una bottiglia di Scarpe Toste, il Gewürztraminer figlio di un clone altoatesino e portato qui a Rieti in un ambiente non tanto diverso da quello di provenienza . Certo non ci sono le Dolomiti, però c’è il vicino Terminillo! Sull’etichetta a parte il nome di cui abbiamo già spiegato l’origine, due parole che non gli rendono giustizia: “vino bianco”. Purtroppo è colpa del disciplinare. Eppure, credetemi, se non m’avessero detto che era laziale l’avrei sicuramente giudicato bolzanino. Eleganza e forza. Non è un vino da aperitivi leggeri, ma da aperitivi sostenuti, oppure – meglio – da cena. Ha una bella struttura, e soprattutto una gradazione alcolica importante per un vino bianco: 15%. Andrebbe servito assieme a un piatto di carne bianca molto speziato. L’antipasto che esce dalla cucina è invece un delicato involtino di melanzane. Successivamente arriva un’ottima carbonara, leggermente rivisitata, con l’aggiunta di fagiolini corallo. Qui l’abbinamento è perfetto, ineccepibile con la Malvasia Le Feritoie (2016). Concorda con me anche Roberto Peron, delegato Ais di Rieti, ottimo sommelier, mio vicino a tavola. Le Feritoie sciacqua bene la bocca, e la prepara a una nuova bella forchettata di Carbonara. Si tratta di una Malvasia che fa legno: barrique che sono ormai al 4° passaggio, quasi esauste, che non danno sentori troppo invadenti. Si passa ai rossi: Campo Severo 2012 (o Campo dei Severi), un blend di Merlot, Sangiovese e Montepulciano (o come lo chiamano qua “Violone”). Nonostante il nome lasci presagire qualcosa di austero, si tratta invece di un vino dalla beva facile, serena e genuina. Da bere con molta più lentezza è Il Cerqueto, Merlot in purezza, un vino che ha  bisogno del suo tempo per aprirsi: si sente bene il tannino felpato accompagnato da note varietali (tartufo e frutti rossi).

E poi arriva lui, il leggendario, il Cesenese NeroL’Ultimo Baluardo. Che si sposa subito bene con un petto d’anatra e delle cipolle croccanti. Quello che mi piace di questo vino è la sua raffinetezza, secondo me se la gioca alla pari con alcuni vini buoni francesi. Si finisce con un delizioso tortino con un cuore di cioccolato, su crema all’inglese e gelato alla vaniglia. Per i golosi (come il sottoscritto) un finale fantastico accompagnato da un passito di Malvasia giovane e molto fresco, Se Bo Be Bi.

Ristorante La Foresta

A Rieti o piove o sta per piovere”, ci recita il proverbio locale Roberto Peron, durante il pranzo, tra un’annotazione di vino e altri spunti. Tempo di dire la frase e le vetrate che danno su la vallata incominciano a imperlarsi di goccioloni. “Avete visto”, ci dice sornione. Altra coincidenza con la Svizzera, penso io. Il temporalino estivo, che fa scendere la temperatura ancora di un paio di gradi – una goduria -, mi accompagnerà lungo il tragitto per Roma: dalle strade costeggiate dagli abeti verdissimi, fino al raggiungimento della trafficata Tiberina, che immediatamente mi fa venire la voglia di girare la macchina e di tornare nella piccola Svizzera laziale.

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Giornalista, Blogger e Copywriter. Appassionato di scrittura e innamorato del vino. Dal 2009 al servizio dei media e della comunicazione. Ha una gattina che si chiama Malvasia. Social: @inthecantine // Email: info@radiobottiglia.com

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