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La Borgogna in Oltrepò, Tenuta Mazzolino

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Me la ricorderò non solo come una esperienza stra-positiva, ma anche come la prima vera bella giornata di Primavera del 2019. Questo è il mio resoconto della visita da Tenuta Mazzolino, azienda che può essere già candidata come capofila dell’Oltrepò Pavese, per valori e idee.

In giro per l’Europa non sarà ricordata come una grande annata, alcune notti sono state veramente difficili da superare, per alcuni, ma non qui nell’Oltrepò, o almeno non qui da Mazzolino. Mi rassicura Stefano Malchiodi, Managing Director dell’azienda, il quale anzi mi dice che “Dopo 4 annate anticipate, quest’anno promette bene”. Faccio gli scongiuri anche io.

Eccoci che ci sporgiamo da una ringhiera e ci affacciamo sui vigneti dell’azienda. Ammiro le pendenze che sono da urlo, in alcuni casi davvero impressionati: fino al 70%. Poi le linee dritte, verticali, perfettamente geometriche dei filari, che cambiano a secondo del versante, rendono tutto ancora più bello. Quindi il gioco dei verdi, chiaro/scuro chiaro/scuro, testimonia che le vigne sono condotte in un certo modo, ovvero nel modo più biologico e sano possibile: a sovescio. Eccoli tutti intorno a noi i 20 ettari di Tenuta Mazzolino, tutti belli raccolti come è da tradizione nell’Oltrepò ma che lo è ancora di più in Borgogna, dove chi ha la fortuna di avere le vigne così può ammantarsi di un termine dei più nobili: Clos.

E questo è solo uno di una lunga serie di parallelismi che Tenuta Mazzolino può fare con la Francia. A cominciare dalle origini di famiglia, più transalpine che milanesi, fino ad arrivare a Kyriakos Kynigopoulos, l’enologo che ha, sì, un nome greco ma che viene considerato, nel mondo, molto più borgognone.  Un personaggio leggendario, che dà la sua consulenza a qualche centinaio di aziende, in particolare in Francia, e soprattutto nella enclave vitivinicola mondiale Top: la Borgogna.

E già da qui si capisce la filosofia aziendale, le grandi aspirazioni, la voglia di fare prodotti di qualità ma percorrendo la strada del rispetto dell’ambiente e dell’ecosistema. Favino, erba medica, facelia. Erbe ed essenze che hanno effetti positivi sull’ambiente, sulle api, sul terreno. Risparmio le accurate nozioni tecniche perfettamente spiegate da Malchiodi, basta una frase per racchiudere tutto: “Creare le condizioni agronomiche più che chimiche per disincentivare le patologie della vite”. Ecco, la spiegazione di un’agricoltura sana, la giusta definizione di biodinamica.

Quindi tornando al racconto, 20 ettari acquistati negli anni ’80, i quali principalmente sono dedicati al Pinot Nero (12ha), poi allo Chardonnay (6ha), alla Bonarda e infine al Moscato d’Asti.

Il Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese è un simbolo o forse ancora di più un destino. E fu predetto dal grande Giacomo Bologna, che vide in queste terre bianche – argillose – caratteristiche simili a quelle piemontesi. Non è un caso che l’Oltrepò veniva chiamato ‘Vecchio Piemonte’, oltretutto in passato era parte integrante dello Stato sabaudo. Ma più che al Piemonte in questa azienda, come avevo scritto sopra, si guarda maggiormente alla Borgogna e infatti nelle vigne ci sono solo cloni francesi presi nei vivai transalpini, per lo Chardonnay e Pinot. Anche lo spirito con cui si lavora la terra è francese, la tenuta è stata divisa in 39 parcelle per comprendere meglio i terroir.

Stile ed eleganza sono parole abusate nel mondo del vino, ma in questo caso trovano meritatamente spazio. Queste le caratteristiche che ritrovo in tutti i vini. Dal PN alla Bonarda.

Otto i vini prodotti: 2 Pinot Nero, 2 Chardonnay, 2 Metodo Classico (di cui uno Rosé), una Bonarda e un Moscato. 

L’uva viene trattata con gentilezza, e non è solo merito della raccolta fatta in cassette piccole ma soprattutto della Macerazione Prefermentativa che qui viene fatta per tutti i vini a bacca rossa. In questo modo si consente una estrazione gentile dei tannini. Le fermentazioni vengono fatte partire da lieviti 70% indigeni 30% inoculati, questo permette di vivere la cantina con maggiore serenità. Ma l’attenzione al dettaglio è sempre molto alta, sia per quanto riguarda le vinificazioni, che già avvengono separate e già si pensa al giorno in cui verranno riportati i “Cru” in etichetta, ma in particolare c’è un’ottima gestione dei legni. A parte che la barricaia è uno spettacolo, una delle più belle che io abbia mai visto, ma poi c’è una scelta sartoriale dei legni delle barrique, tutte ovviamente francesi…

Sono già interessanti gli “entry level”, Terrazze, PN in purezza, un vino rosso dal carattere estivo, Camarà, invece è uno Chardonnay molto varietale e floreale, si avvicina molto a un Sauvignon (per ora, chissà verso l’autunno come evolverà). Poi Blanc è assolutamente uno Chardonnay che sposa lo stile della Borgogna, con un palato e un naso tutto burro, con una acidità centrale, portante. Noir è un Pinot Nero di alto livello, che può anche invecchiare, e questa è una caratteristica che lo nobilita parecchio. La Bonarda qui viene vinificata ferma,  quindi non ci sono trucchi, ha una beva facile ed è considerata “l’ancora con il territorio”. Il Moscato è allegro, fa una fermentazione in autoclave, ed è un altro vino beverino: consigliabile non solo a fine pasto, ma potrebbe essere servito anche come aperitivo prima di un pranzo. Ottime anche le bollicine metodo classico, Blanc de Blancs e Cruasè, che sono seguite da un tecnico ad hoc (Dominique Leboeuf). In particolare mi è piaciuto il rosato, perché ha una sua complessità intrigante, e un colore giusto, da rosé di Provenza. Produrlo ha una sua difficoltà, con controlli costanti ogni 15 minuti.

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