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Verdicchio Mario Soldati Bottiglie Anfora

Il Verdicchio secondo Mario Soldati (da Vino al Vino)

in Manifesto Di

“Ricordo”, così esordisce la mia orazion picciola agli enologi marchigiani, “ricordo il Verdicchio di prima della guerra: il Verdicchio di trentacinque anni fa. Forse il più delizioso di tutti i bianchi di tutta Italia. Come mai proprio il Verdicchio è stato, tra tutti i vini bianchi d’Italia, il primo a crollare:

quello che, precocissimamente, anticipando tutti  i suoi colleghi piemontesi veneti romani e toscani, e battendoli tutti sul traguardo della ripresa produttiva nei primi anni del dopoguerra, si prestò al grande inganno del consumismo più spinto, alle pastorizzazioni, alle refrigerazioni, ai filtrati e compagni bella? Non mi ricordo di aver bevuto più un Verdicchio possibile dal 1938 o ’39. Come mai questo obbrobrio doveva capitare, prima che dovunque altrove, proprio qui, nelle antiche Marche, così oneste per temperamento e così visceralmente fedeli alle loro tradizioni?”.

[…]

“Mi ascoltino attentamente, prego. Sebbene a quel tempo non mi occupassi, neanche dilettantescamente come faccio ora, dei problemi del vino, il Verdicchio mi piaceva molto, e perciò ci stavo attento; nei ristoranti lo chiedevo sempre; insomma, lo seguivo. Ora, io sono matematicamente sicuro che il grande successo del Verdicchio in Italia, presso gli italiani e presso i turisti stranieri… come loro sanno certamente, il Verdicchio è, dopo il Chianti, il vino italiano più conosciuto e ricercato all’estero… dunque, io sono matematicamente sicuro che il grande successo del Verdicchio è dovuto a due fatti esterni e ridicoli, che non hanno nulla a che vedere con il gusto e la qualità del vino: primo, il nome; secondo, la forma etrusca o ad anfora, non come la chiamate, delle bottiglie. Il nome, specialmente d’estate, e specialmente quando si mangia pesce, ha un fascino irresistibile: verdicchio, verdicchio, suona fresco, suona vivo, suona leggero, umile, gradevole, giovanile, naturale, grazioso, gentilmente pungente, vegetalmente acerbetto e piacevole, come un rametto verde pallido, croccante, cricchiante. Chiedere ad alta voce, pronunciare la parola Verdicchio, e, sì, sentirsi rispondere dal cameriere Verdicchio gelato, è già una gioia, è già un bere, più di un bere, è uno scatenarsi istantaneo della fantasia intorno all’immagine poetica più bella che un vino bianco ed estivo possa assumere, è un desiderio che sta per realizzarsi e per venire soddisfatto: al punto che uno (non uno qualunque: il turista italiano o straniero, affamato, accaldato, beato di trovarsi in vacanza su una spiaggia e tra i tavoli di una trattoria), al punto che uno ha tanta voglia di trovare buono il vino corrispondente a quel nome, che poi, effettivamente, novantanove casi su cento, lo trova buono.

Mario Soldati Verdicchio Vino al Vino

La bottiglia, poi, compì l’opera nefanda. Per quanto si riferisce a me personalmente, dirò che che mentre sono sempre stato sensibile, e lo sono ancora, al nome Verdicchio, la bottiglia non mi è mai piaciuta, dal primo attimo che ne vidi un esemplare. Un vino in quella bottiglia non può essere buono, mi dissi. Allo stesso modo che, in seguito, concepii un orrore immediato e sacrosanto per certe bottiglie di vino racchiuse in una reticella. Ma per forza! A parte, infatti, il pessimo gusto archeologizzante di quella maledetta anfora, penso che qualunque novità che riguardi il recipiente o, in un modo o nell’altro, la presenza di un vino, sia come la spia di una cattiva coscienza del produttore, il quale, costretto dall’implacabile legge del consumismo a non dare più il vino pigiato con le uve giuste e con i metodi antichi e tradizionali, medita, studia, e finisce per inventare qualche diversa, sorprendente, illudente forma che lo contenga. Mi vogliono dire, loro, che certamente lo sanno, chi è stato ad avere, la prima volta, l’idea dell’anfora?”

“È stata un’imitazione, voluta dal più importante  dei nostri produttori di allora, un’imitazione delle anfore di un vino bianco francese, le vin de Provence. Tanto è vero che, dopo gli accordi del MEC, quel tipo di anfora ci fu interdetto: perché riservato, come un marchio, appunto al vino di Provenza. Lei avrà notato che, recentemente, abbiamo modificato un po’ la forma: non più ovale, ma a spigoli”. Così il Marchetti [Mario, Ispettore Compartimentale, ndr]. E io, tra me, rifletto con amarezza come si imitano sempre più facilmente le imitazioni altrui che non le altrui invenzioni genuine.

Tratto da “Vino al Vino” di Mario Soldati, Secondo Viaggio. Autunno 1970.

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