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Tignanello - Piero Antinori

Il Tignanello, vino d’avanguardia divenuto classico

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Se il Sassicaia è il padre dei SuperTuscans, il Tignanello è il suo primogenito. Primogenito dal temperamento rivoluzionario perché, inaugurando il connubio tra Sangiovese e Cabernet Sauvignon, è stato il primo di quei vini innovativi che hanno sconvolto la storia enologica, prima della Toscana e poi dell’Italia intera.

“Il Tignanello dell’esordio, quello della vendemmia 1971 – precisa però Piero Antinori – non aveva ancora queste caratteristiche: era un Chianti senza le uve bianche, maturato in barrique. Fece sensazione perché era un vino da tavola più caro delle Riserve di Chianti Classico. Ma con l’attuale uvaggio, Sangiovese 85%, il resto Cabernet Sauvignon e Franc, si presentò soltanto alla seconda uscita, che ebbe luogo quattro anni dopo, con la vendemmia 1975, dopo un lungo ripensamento e parecchie sperimentazioni. E allora sì, fu davvero innovativo: creò una nuova tipologia di vino. L’assemblaggio tra uve di varietà autoctone e di vitigni internazionali si è esteso man mano in Toscana, fuori dalla Toscana e anche fuori dall’Italia: attualmente lo stanno adottando perfino in California”. Da vino d’avanguardia, frattanto, il Tignanello è diventato un classico.

Un classico dell’innovazione

“Sono tutti convinti che l’uvaggio Sangiovese-Cabernet l’abbia inventato io. Quasi nessuno sa che in realtà era già stato sperimentato da mio padre”, confessa Antinori. “Negli anni Trenta, fino alla Seconda Guerra Mondiale, il Villa Antinori Chianti Classico era fatto con l’aggiunta del 5-10% di Cabernet, e piaceva moltissimo perché, mi dice chi lo ricorda ancora, era più complesso, più elegante degli altri. Da qualche parte, c’è infatti la fattura delle barbatelle di Cabernet acquistate da mio padre per quel suo esperimento. Fattura che risale al 1927 o 1928, non ricordo bene. Quel che ricordo bene invece è il nome di chi le aveva fornite: era Giulio Ferrari, oggi ricordato soltanto come pioniere dell’industria spumantistica in Trentino, ma la cui attività originaria era di vivaista”.

Durante la Seconda Guerra Mondiale le viti di Cabernet erano state estirpate da un mezzadro che non le conosceva, e quindi non le apprezzava. È stato lui stesso, Piero Antinori, quando si apprestava a prendere le redini dell’azienda, che le ha fatte ripiantare, alla fine degli anni ’60. Sempre nello stesso vigneto del podere Tignanello.

“Questo podere – spiega – è sempre stato considerato il migliore, fra quelli di proprietà: un galestro molto povero, una grande pendenza, una splendida esposizione un’altitudine fra i 300 e i 400 metri, una produzione per ettaro molto bassa, una grande escursione termica fra il giorno e la notte: tutte caratteristiche ideali per ottenere grandi uve. Perciò quando decisi di riprovare l’assemblaggio già sperimentato da mio padre, grazie a quel reimpianto avevo a disposizione, nel potere tutt’e due le varietà che mi servivano”.

Piero Antinori Tignanello

Ne è scaturito un vino che ha fatto la storia, dal bouquet nobile e completo, in cui emergono la rosa, la mammola, l’incenso, dal sapore asciutto, sostenuto e sicuro, aristocratico e vellutato, che permane a lungo in bocca. È un rosso di insolita longevità, che si beve con arrosti di carni rosse, la selvaggina, la cacciagione, i formaggi di grande sapidità ben stagionati.

 

[Fonte: “Enciclopedia del Vino” – Boroli Editore – 2004]

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