Un Blog avvinato

Il vino di Gianni Ruggiero

Il mio vino della vita

in La Domenica Autarchica Di

Per gli stravaganti della vita, in fondo anche il suicidio è un capitolo possibile. Certo, occorre avere il cuore sempre aperto alla seduzione dell’abisso, un’attenzione che rasenta il maniacale al proprio Ego, un senso di non appartenenza ad alcuna mitologia radicata per cedere alla lusinga del Dio Selvaggio e diventare uno di coloro che San Bruno definiva “martiri di Satana”.

Qualcuno pensa all’atto estremo come una forma di perfezionismo portato alle estreme conseguenze, altri ne esplorano il senso creativo, quasi letterario, applicato a una vita. E ovvio che non prendo in considerazione il filone più diffuso, rassicurante e, probabilmente vicino al vero nella maggioranza dei casi, legato alla depressione, al senso del non farcela più, al bisogno di testimoniare per un’ultima volta un messaggio a qualcuno capace di coglierne tutto il senso profondo.

Parto dal vagare dell’anima e della vita fuori dagli schemi per provare a dare un senso al suicidio di Denis Mortet, icona del nuovo modo di fare vino in Borgogna. Un personaggio forte, passionale, eppure anche fragilissimo, vulnerabile, capace di indecisioni e sofferenze indicibili intorno a una scelta in cantina. Era questa seconda pelle, credo, quella che ha liberato dal peso della vita Denis Mortet in un giorno di cielo grigio e di tramontana il 30 gennaio del 2006.

Poche settimane e saranno tredici anni che, da grande produttore, Mortet ha scavalcato la barriera del giudizio e si è collocato nei luoghi del mito. E non importa se forse, come per Pavese, anche in Mortet l’idea della cessazione del rapporto creativo, il vino, in questo caso, in sostituzione della scrittura, va interpretato come la porta che conduce a una via per il ritorno.

Così come erano vie senza ritorno i suoi vini osannati, piccoli miracoli di novità sottratti ormai per sempre da ogni possibile graffio della critica. Celebriamo l’innovazione e dimentichiamo quei vini così meravigliosi ed eccessivi, così violenti e concentrati da essere davvero una via di non ritorno.

Ci penso e mi viene voglia di raccontare un’altra storia di stravaganza e di ritorni mancati. La storia di Pasquale, collega in un locale di successo liquefatto nel terremoto degli eventi, rimasto a spasso mi coinvolse nel suo progetto, un ristorante, salvo essere in un quartiere fuori da tutti i circuiti. Come in tutte le cose noi eravamo avanti…si!..forse troppo avanti.

Se l’ipotesi del bivio era albergo o zona del cazzo, ovvio che la scelta fu tutta per la zona del cazzo. L’albergo? la sola idea dell’ascensore ci faceva pensare ad una scopata clandestina. Niente da fare. Quindi, notti a studiare il menu, con invenzioni e provocazioni, tipo la tavolozza, che era un unico raviolo con 5 farce (patata, triglia, aragosta e verdure di stagione), poco fumetto a nappare per non sovrastare l’equilibrio del piatto. Piatto che doveva simboleggiare il locale e la sua filosofia innovativa. I successi di pubblico tardavano ad arrivare e l’entusiasmo per quella che doveva essere la nostra sfida gourmet col tempo si placava a causa di una realtà sempre più severa rispetto le nostre convinzioni.

In odore di stella, dopo anni di ristrettezze economiche e sacrifici, il fato o chissà quale misterioso destino volle che una mattina di primavera del 2003 trovammo ancora vivo Pasquale con le vene del collo e delle braccia sanguinanti.

L’immagine del mio amico, degli affreschi alle pareti ed il rosso e le sue inquietanti sfumature trasformarono il tutto in una sorta di girone Dantesco. Due mesi tra ospedale e ristorante, finché la mente ed il nostro benessere si liberò da quella sorta di incubo attraverso ciò che di più grande abbiamo in dote, l’amore per i nostri cari, se l’amore è una dote. Pasquale, dieci anni fa e per l’ultima volta è stato visto su un autobus con una macchina fotografica al collo, il braccio infermo ed un’attrezzatura da pittore…

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