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Villa Raiano

Il Fiano di Avellino, signore dell’Irpinia

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Lo hai sicuramente bevuto, magari la prima volta lo hai trovato su uno scaffale del supermercato, lo hai scelto al posto del solito Vermentino. E sicuramente ti avrà appagato di più i sensi. In grandi linee se si parla di Fiano di Avellino lo si può definire un vino dalle caratteristiche eccezionali. Un vino quasi sempre capace di stupire non solo il consumatore inconsapevole ma anche il sommelier più erudito. Le sue caratteristiche sono uniche, ha una storia sicuramente antica, ma la sua riscoperta è stata abbastanza recente.

L’argomento Fiano di Avellino è stato approfondito, analizzato e scandagliato alla perfezione durante una masterclass milanese attraverso gli ottimi vini di Villa Raiano, grazie alla organizzazione di Ais Milano e di Ais Lombardia, e soprattutto grazie alla bravura di Monica Coluccia, una delle penne senza dubbio più esperte se si parla di vino, in particolare di quelli campani. Monica ha preso per mano una sala ben gremita dell’Hotel Westin Palace di Milano e l’ha portata direttamente nella verde Irpinia.

Questo articolo è frutto degli appunti che ho preso durante la sua masterclass.

Doppia verticale della stessa areale, dunque, lo stesso vitigno il quale ha dimostrato che il Fiano pur avendo salde le stesse caratteristiche, può avere più sfaccettature e sfumature diverse.

Si inizia però da una sorpresa. Una bollicina: Ripa Bassa. Un metodo classico 50% Greco e 50% Fiano, 32  mesi sui lieviti, fatto con uve che provengono da vigne situate sotto i 300 metri. Si tratta di una – piacevole – novità. Le due anime di questi due vitigni sono ben riconoscibili in maniera distinta. La bollicina rimane fresca, grazie a delle buone acidità. (Non sono riuscito a prendere nota sul dosaggio).

Ed ecco che i Sommelier dell’Ais di Milano cominciano a riempire i nove luccicanti calici che sono di fronte a me, mentre Monica inizia a raccontare un po’ l’azienda, il territorio, soprattutto questo nobile vitigno.

Un vero Signore dell’Irpinia. Perché prima di tutto il Fiano di Avellino può essere considerato un grande vino bianco da invecchiamento. E questo non è scontato, data la scarsa possibilità di reperire le vecchie annate. Le aziende campane non hanno stock di vini in cantina. Anzi, lo spirito commerciale è prevalso fino a oggi sulla memoria storica. Più in fretta le cantine venivano svuotate tanto era meglio. Un fenomeno, che riguarda i vini bianchi in generale, diffuso non solo in Irpinia o in Campania, ma comune ovunque. A questo si aggiunge anche una mancanza di cultura del “servizio” : cioè servire bianchi di vecchie annate. Insomma: l’annata corrente doveva essere spedita, servita e consumata. Fine.

Ed è difficile fare una verticale di vecchie annate di vini campani anche perché intorno ai primi anni del 2000 è accaduta una sorta di diaspora. Il prezzo dell’uva è sceso e i piccoli agricoltori hanno smesso di essere conferitori per le grandi aziende e hanno iniziato a imbottigliare il loro vino.

Personalmente mi piace questo concetto: “Il terroir incorpora anche lo stile del produttore“.

Comunque, come ci racconta Monica, anche se dividessimo i vigneti irpini in microcelle in mano a proprietari diversi l’identità del Fiano rimarrebbe. Questo è dovuto alle grandi capacità del vitigno ma anche alle qualità indiscutibili del territorio. Il quid plus è dovuto certamente anche dalle persone. Gli Irpini che sono radicati sul territorio come i Langhetti lo sono alle Langhe. La terra è ricca, se la si vede dall’alto il verde smeraldo prevale su tutto, copre quasi interamente tutto. Si tratti di filari di vigna o di alberi secolari e il merito è sicuramente della presenza dell’acqua. Fiumi e piogge, l’Irpinia è il più grande bacino idrografico del sud.

Tornando a parlare di vino, il Fiano ha una storia importante testimoniata anche dal conferimento delle Denominazioni: 1978 divenne Doc, nel 2003 Docg (e fu una delle prime). Le glorie, gli allori, però non sono stati casuali. Il merito lo si deve a un uomo: Antonio Mastroberardino. Che riscoprì la storia, andando a spulciare vecchissimi libri. “L’uva che attirava le api”, così la indicavano gli antichi, i romani e prima ancora i greci. Dal punto di vista ampelografico la pianta di Fiano è molto vigorosa, anche se non fa tanti grappoli, produce un’uva dalla buccia spessa. I grappoli poi sono caratterizzati da chicchi che creano una sorta di piccola aletta.

Note di assaggio:

Alimata: vigne situate nel comune di Montefredane, due ettari di vigne a quota 350 metri slm, su argille molto tenaci su base marnosa.
Ventidue: vigne nel comune di Lapio, a 450 metri slm, su terreni argillocalcarei e ricchi di arenarie gialle.

Alimata 2013

Mineralità spiccate. Il naso promette bene, si capisce subito che si tratta di un gran bel vino. Approccio raffinato con toni balsamici che ricordano la salvia, c’è una straordinaria freschezza. Poi nocciola, tigli, ecco il sapore del Fiano. Tra naso e palato c’è una grande coerenza. La beva è fantastica, ben strutturata. Questo vino reggerebbe un confronto anche con i grandi bianchi internazionali, come i bianchi di Borgogna o della Mosella. Questa è la mia sensazione.

Ventidue 2013

Si alza il tono e anche l’intensità. Si capisce immediatamente che questo vino ha un profilo più aromatico e varietale. Prima si apprezzano le note affumicate, compreso qualche tocco di note più minerali, poi si fanno largo le acidità. C’è qualcosa di tufaceo che fa pensare ad altri grandi vini campani, quelli di Greco. È un vino più mordente rispetto al primo, che sembra tirare fuori il suo carattere più verticale. D’altronde le uve di questo “cru” sono situate più in alto.

Alimata 2014

Annata non buona, ha piovuto quasi sempre e questo ha portato un raccolto con una riduzione di ben 25 quintali rispetto alla media. Il naso ha un carattere erbaceo, ma avverto anche idrocarburi. Finale da Sauvignon. Il palato invece restituisce tutta la territorialità del Fiano

Ventidue 2014

L’olfatto è più rarefatto, mentre la beva è molto più complessa e ricca, tutta giocata su una trama minerale e una spinta salina. Rimane una buona acidità, che è la firma di questo “cru”.

Alimata 2015

Questo è il vino! L’optimum. Un po’ sarà anche merito dell’annata, una grande annata per l’Italia. Come nel resto d’Italia fece molto caldo, ma in Irpinia ci furono anche delle grandinate. Mettendo il naso dentro al bicchiere trovo subito degli elementi chiari e ben ordinati. Monica ci spiega che il Fiano è un vino un po’ timido e inespressivo in gioventù, si fa aspettare qualche annetto. Qui l’olfatto viene appagato. La beva è perfetta, riempie bene la bocca, in maniera tonda e uniforme. Anche a livello tattile tutto sembra equilibrato. È un grande vino.

Ventidue 2015

Non posso scrivere lo stesso per questo vino. Che ha qualcosa che non torna. Probabilmente perché è partita improvvisamente la malolattica. Capita, purtroppo, soprattutto a quelli bravi che rispettano la vigna e il vino, solfitando veramente pochissimo. C’è una nota di elastico, di gomma, di tubo di palline da tennis. Se non è perfetto almeno rende divertente e curioso l’assaggio.

Alimata 2016

Le caratteristiche dell’annata ricordano quelle della 2013.  Annata complicata, con un -20% di produzione rispetto al 2015. Qui lo spettro dei profumi e degli aromi al naso risultano un pochino sottotono. La beva è tutta un’altra storia! Se al naso tutto è poco decifrabile la bocca però è perfetta.

Ventidue 2016

Tutto giocato in freschezza. Acidità che promettono bene per un lungo invecchiamento. C’è equilibrio, il corredo delle caratteristiche sembra completamente ben bilanciato.

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