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Giornalismo alimentare quando è uno sporco lavoro

Giornalismo Alimentare quando è uno sporco lavoro

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I giornali stanno alla canna del gas e devono fare cassa”. A rispondermi così è un direttore di quotidiano. Non uno qualsiasi, ma uno dei più blasonati. Non posso aggiungere altri dettagli, né il suo nome né il suo cognome, perché la conversazione che abbiamo avuto era assolutamente informale. Posso dire solo che ha usato quelle precise parole per rispondere a questa mia “Possibile che il tuo gruppo editoriale chiama i ristoranti per farli comparire su alcuni articoli del tuo giornale?”. È possibile, anzi è una brutta realtà ben radicata.

Ed è una realtà che sanno tutti, anche chi dirige i giornali. Chiarisco subito una cosa: si tratta di un fatto gravissimo. Ve lo dico perché questa cosa è assolutamente vietata da qualsiasi carta deontologica o norma del giornalismo. In casi come questo si riunisce una commissione, parte una bella letterina e si arriva alle radiazioni dall’albo dei giornalisti.

Non si può scrivere un articolo in cambio di soldi. Non si può fare, a meno che non si tratti di un redazionale. E il redazionale in questione deve essere assolutamente evidenziato, marcato, etichettato come contenuto a pagamento. E non è così che accade nella gran parte dei casi, se non in tutti gli articoli che parlano di bar e ristoranti nelle paginone dei giornali locali. Anzi, molto spesso questi articoli vengono addirittura firmati. Non si può scrivere in buona fede, in maniera equilibrata di una cosa se si viene pagati oppure si riceve un cambio merci. È vietatissimo. È la base del giornalismo. Se si rompe questa regola basilare crollano tutti i principi, già precari, sui quali il giornalismo si regge.

Ora vi spiego come i principali gruppi editoriali fanno cassa con un sistemino ben collaudato.
L’ufficio commerciale del “Gruppo ×” chiama un ristorante e si fa passare il titolare. Ecco il copione: “Il nostro giornale vorrebbe parlare del tuo locale in un articolo sui migliori ristoranti del quartiere. In più vorremmo inserirla nel nostro supplemento settimanale….” A questo punto il titolare risponderà di sì senza neanche pensarci, perché come fai a dire di no se uno sconosciuto vuole parlare bene di te su un grosso giornale?! Addirittura inserendoti tra i migliori! Ma i suoi entusiasmi verranno un po’ ridimensionato quando dall’altra parte del telefono gli diranno che l’operazione costerà dai 500 alle migliaia di euro…. (la cifra è variabile e alcune volte raggiunge cifre ancora più grosse).  Soldi che vengono giustificati come pubblicità inserita nel supplemento, e non per l’articolo di giornale. Questo è il trucco.

Quello che aveva denunciato Report solo qualche settimana fa in una puntata molto ben fatta sui food blogger e il giornalismo alimentare è dunque veritiero. Io vi do solo qualche dettaglio in più perché ho a che fare con diversi ristoratori che lamentano una questua continua in cambio di visibilità. Posso anche affermare che i mitici giornalisti di Rai Tre hanno mostrato solo la punta dell’iceberg.

Avete mai pensato perché molte testate online fanno molte classifiche sui ristoranti e locali? Ad una prima occhiata sembrano stilate con molta accuratezza. Ma se le leggete con un po’ più di attenzione noterete che quei siti, quei mezzi di comunicazione specializzati nel food and beverage, parlano sempre degli stessi locali, o, peggio, di quei posti che appartengono a sempre gli stessi proprietari. In questo caso pochi possono essere i motivi: o gli articolisti sono prezzolati, o c’è scarsa conoscenza del settore, oppure c’è proprio una grave carenza di onestà intellettuale.

Non voglio fare l’elenco degli esempi negativi, perché non voglio regalargli neanche un click. Voglio citare invece un esempio positivo. Riporto una eccezione che conferma la brutta regola: Scatti di Gusto. La loro grande competenza sul tema “food” si evince subito da come stilano le loro classifiche, mettono in chiaro i criteri di selezione dei ristoranti e fanno i nomi di chi le ha stilate.

Fare una classifica seria è sempre difficile. Gli spazi sono limitati. Anche nella buona fede il rischio di danneggiare alcune lodevoli attività è altissimo.

Sappiate che non tutti i ristoratori vogliono investire soldi in questo meschino gioco in cui vince solo chi spende di più nella comunicazione. Alcuni non hanno neanche il tempo per fare un colpo di telefono a giornalisti gourmet o alle redazioni. Molto spesso invece dedicano tempo e denaro  al “resto”, come ad esempio alla qualità del servizio oppure alla qualità del cibo che si serve… E questo stile un po’ vecchio e desueto magari non paga subito, è sicuramente più faticoso, ma rimane sempre e comunque la migliore pubblicità.

P.s.

Continueremo a fare luce sul mondo food e di come viene pubblicizzato, comunicato e venduto.

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Giornalista, Blogger e Copywriter. Appassionato di scrittura e innamorato del vino. Dal 2009 al servizio dei media e della comunicazione. Ha una gattina che si chiama Malvasia. Social: @inthecantine // Email: info@radiobottiglia.com

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